LE SCIMMIE
CANTANTI
- ideato e diretto da Carlo Geltrude
- scritto da Mario Gelardi
- con Luigi Bignone,Giuseppe Brunetti
- aiuto regia Mario Ascione
- assistente alla regia Anna De Stefano
- organizzazione Le Scimmie
- ufficio Stampa Milena Cozzolino
Teatro di prosa, Premio Over – Emergenze Teatrali 2024
Vincitore del bando SIAE “Per Chi Crea”
Spettacolo selezionato per la vetrina Hystrio Festival 2025
Cantanti è il racconto di un’epoca, uno spaccato, una ferita che ha lasciato segni indelebili, un problema mai risolto, un problema radicato in un tessuto sociale e culturale con cui tutti, in modo diretto o indiretto, sono scesi a patti: cittadini, funzionari, magistrati.
Cantanti è guardare quel mondo da un altro punto di vista, quello dei pentiti o collaboratori di giustizia. Una ferita che continua a sanguinare nel corpo di una nazione, di una società che si è trovata, volente o nolente, a fare i conti con il compromesso e il silenzio.
Nel Sud Italia, i collaboratori di giustizia sono chiamati cantanti. Il verbo cantare si lega all’atto di confessare, di rivelare un segreto, un gesto di rottura che avviene quando un mafioso decide di cooperare con lo Stato.
Cantare significa spezzare il silenzio, portare alla luce verità nascoste, rivelare ciò che è stato nascosto troppo a lungo. È davvero il pentimento che spinge i mafiosi a testimoniare, o piuttosto un calcolo, un compromesso con il sistema che li ha generati?
Questo progetto teatrale attinge dalla ricchezza di atti processuali, deposizioni, documenti giudiziari e inchieste del giornalista Saverio Lodato, per costruire una scrittura che, pur restando saldamente ancorata alla realtà, si apre alla trasformazione e alla poesia. La parola, pur se scaturita dai fatti, diventa altro: una voce che canta, che vibra di nuova luce.
Mario Gelardi, con la consulenza di Roberto Saviano (giornalista e scrittore) e Roberta Cafiero (magistrato), intende restituire la forza di questa materia viva, trasformandola in un flusso poetico e musicale. Le parole delle deposizioni prendono vita, non più come un semplice resoconto, ma come vere e proprie composizioni sonore. La lingua si fa suono, il racconto si fa canzone.
SINOSSI
Lo spettacolo si ispira alla vita dei fratelli Brusca, figure emblematiche che dagli anni ’80 a oggi hanno scelto di intraprendere la via della collaborazione con la giustizia. Due attori sono i protagonisti in scena, portandoci nel loro percorso di evoluzione, nella crescita umana e professionale, scandagliando le sfumature del privato e del pubblico, del perdono e della colpa. Lo spettacolo si fa portavoce della Legge n. 82 del 15 marzo 1991, un atto legislativo che ha segnato una svolta nella lotta alla mafia. Non si limita a una lettura giuridica, ma ne esplora i termini con uno spirito creativo, interrogandosi sulle contraddizioni e sugli effetti che questa legge ha avuto nel corso degli anni. L’intento non è quello di giudicare, ma di sollevare la questione in modo critico, facendo emergere il contrasto tra la giustizia che tutti chiedono e quella che spesso viene elusa. Non c’è mai un appoggio per le mafie, né una condanna aprioristica per chi ha scelto di collaborare. Lo spettacolo naviga in acque torbide, cercando di restituire la complessità di un fenomeno che ha attraversato la storia del nostro paese, senza dare risposte definitive, ma alimentando interrogativi fondamentali.
NOTE DI REGIA
Nel 2021, quando Giovanni Brusca venne scarcerato con 45 giorni di anticipo grazie alla Legge Falcone, un pensiero mi assalì con forza: come era possibile che il carnefice di Giovanni Falcone, colui che aveva partecipato a una delle stragi più terribili della nostra storia, potesse beneficiare della stessa legge che il giudice aveva tanto voluto e difeso?
Questo interrogativo ci ha spinti, insieme a Mario Gelardi, a immergerci nei faldoni delle dichiarazioni dei fratelli Brusca, cercando di comprendere la genesi delle stragi e dei massacri che hanno segnato il nostro paese. Da queste testimonianze è emersa una realtà complessa e spaventosa, fatta di silenzi, tradimenti e compromessi.
Nel Sud Italia, i collaboratori di giustizia sono chiamati “cantanti”. Da qui è nata l’idea di mettere in musica le loro deposizioni, trasformandole in canzoni, in veri e propri “hit” della verità. Le parole dei pentiti si fanno melodie, raccontando storie di sangue, di potere e di tradimento.
La lingua degli attori si radica nel siciliano, ma si mescola con tutte le cadenze del Sud, dando vita a un dialetto ibrido, inventato, che non è solo espressione del luogo, ma uno strumento per trasportare lo spettatore in una Sicilia che non ha il blu del mare, ma il rosso del sangue. Un dialetto che trascende i confini geograficamente e linguisticamente definiti, per diventare un linguaggio universale del dolore e della lotta.
